Comunicare la sostenibilità. Attenzione a non sbagliare registro

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ll livello di attenzione nei confronti della sostenibilità da parte dei professionisti -commercialisti in prima linea- sta rapidamente aumentando, direi in modo inversamente proporzionale rispetto al tempo che separa le imprese dall’obbligo di rendicontazione.

È obbligatorio rendicontare

Mi si conceda, provocatoriamente ma non troppo, di sottolineare che non esiste una normativa che obblighi le imprese ad essere sostenibili: la CSRD, infatti, impone loro “solo” di rendicontare e, quindi, piuttosto di comunicare il loro impegno verso la sostenibilità.

In tal senso, per tutta una serie di evidenti motivi tra cui la necessità di procedere in modo ordinato e quanto più possibile esaustivo e anche di comparare i risultati conseguiti, anno su anno e tra imprese diverse, l’Unione Europea ha predisposto un nuovo set di standard, gli ESRS, che dovranno essere obbligatoriamente adottati nei prossimi anni dalle imprese via via chiamate a rendicontare.

Non voglio in questa sede entrare in una disanima più puntuale di quanto disposto dalla nuova Direttiva: molti l’hanno già fatto ampiamente e in modo egregio.

Comunicare la sostenibilità: alcuni assunti di base

Mi interessa, invece, esplorare il tema della comunicazione e definire almeno alcuni assunti di base che, dai miei confronti personali e senza velleità statistiche, non mi sono sembrati sufficientemente assodati.

Per comunicare la sostenibilità bisogna prima di tutto esserlo

Il primo è che, seppure è vero che non c’è una normativa che chiede alle organizzazioni di essere sostenibili, affinché una qualsiasi realtà, azienda ma anche evidentemente studio professionale, possa dirsi tale deve prima di tutto esserlo. 

Questo evoca immediatamente la necessità di comunicare in modo veritiero ed è giusto che sia così, ma forse distoglie dalla vera essenza di ciò che “esserlo” significa e, cioè, che la sostenibilità debba essere prima di tutto una priorità strategica del vertice e che, come tale, non possa certo esaurirsi in un mero esercizio informativo. 

Sostenibilità ed ESG non sono termini interscambiabili

Un secondo punto che mi preme ricordare è dato dalla differenza tra il termine sostenibilità e l’acronimo ESG. Anche di questo si è già parlato, ma l’abitudine a usarli con una certa disinvoltura in modo alternativo contribuisce a creare confusione. Rimandando alla definizione puntuale apparsa nel rapporto Brundtland nel 1987 senza ripeterla qui, è importante comprendere che la sostenibilità di un’organizzazione crea valore a lungo termine per gli stakeholder mediante l’attuazione di una strategia (e si torna al punto precedente) “aziendale” sostenibile.

Gli ESG, invece, sono per così dire delle unità di misura: sono i parametri utilizzati appunto per misurare la sostenibilità di un’organizzazione lungo tre direttrici, ambiente (environment), impegno sociale (social) e governance.

Gli ESG sono tra loro interconnessi e volti anche a evidenziare i rischi che l’organizzazione corre nei tre ambiti suddetti affinché siano mitigati. Per questa ragione sono di assoluto e prioritario interesse per gli investitori che, attraverso dati puntuali, verificano se i rendimenti che ottengono dall’impiego del capitale sono adeguati al rischio che corrono e, di conseguenza, orientano le loro decisioni di investimento.

La sostenibilità non riguarda solo l’ambiente

Un altro elemento su cui è necessario insistere è che -di nuovo per dirla provocatoriamente- c’è vita oltre l’ambiente. Sebbene siano sotto gli occhi di tutti gli effetti del cambiamento climatico, infatti, il tema della sostenibilità non si esaurisce occupandosi solo delle problematiche legate all’ambiente.

Peraltro, e in particolare su questo tema, la comunicazione presenta un’ampia serie di difficoltà che non sono sempre state correttamente indirizzate e che hanno contribuito a generare, tra gli altri effetti, quella che è stata definita “eco-ansia”, ossia la profonda sensazione di disagio e di paura che si prova al pensiero ricorrente di possibili disastri legati al riscaldamento globale e ai suoi effetti sull’ambiente. 

Ma l’eco-ansia non è l’unico effetto psicologico negativo correlato alle modalità di comunicazione e alla pressione che deriva dall’intensità, dalla quantità e anche dai toni usati. 

Attenzione a non ottenere la reazione opposta a quella desiderata

Infatti, un altro fenomeno assolutamente interessante e di cui essere consapevoli per poter cambiare il registro delle comunicazioni e renderle maggiormente efficaci è la reattanza psicologica. Con questo termine, lo psicologo Jack Brehm ha indicato quella resistenza che ci porta a reagire nella direzione opposta, quando qualcuno cerca di imporci un certo punto di vista o atteggiamento. In sostanza, quando percepiamo una minaccia alla nostra libertà di comportamento e alla nostra capacità di prendere decisioni, sviluppiamo un’intensa risposta emotiva che ci porta a reagire nella direzione opposta, rafforzando il punto di vista o l’atteggiamento inverso. 

Detto in sintesi: ci ribelliamo.

Prime conclusioni

Queste poche considerazioni, che naturalmente non esauriscono affatto il fenomeno e le sue variegate sfumature, ci portano però rapidamente a comprendere quanto sia importante scegliere con cura i contenuti delle comunicazioni quando esse siano mirate ad ottenere l’adozione di nuove abitudini di vita e di consumo e pena ottenere esattamente il risultato opposto.

Le riflessioni riguardanti le difficoltà correlate alla comunicazione della sostenibilità non si esauriscono così. Nel prossimo articolo ne esaminerò altre nella speranza di contribuire alla discussione con qualche ulteriore riflessione.

Articolo di Giulia Maria Picchi – pubblicato su Euroconference Legal